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Dalle sfilate di moda alle sfilate davanti a banchieri, consulenti d’impresa e qualche volta anche a magistrati. Dov’è andata a finire la moda italiana in questi ultimi anni, segnati da una crisi di portata inusitata che ancora morde sulle economie di molti Paesi? Talvolta gambe all’aria, come capita a qualche modella che ancheggia su tacchi troppo alti al ritmo frenetico della musica da defilè. Errori strategici e investimenti faraonici, tante acquisizioni portate avanti a qualsiasi prezzo, inseguendo il mito della francese Lvmh di Bernard Arnault, bassa solidità patrimoniale e sospetti di frodi hanno indebolito tutto il sistema, che si è incrinato paurosamente con il cambio di congiuntura. E sotto il vestito, ad un certo punto, non è rimasto più niente. Al prossimo presidente della Camera della Moda – Mario Boselli è in scadenza e potrebbe non essere rieletto – spetterà il compito di ridare smalto a tutto il settore, e non sarà facile . Certo, non è una disfatta completa: per fortuna alcuni grandi nomi hanno resistito bene a questi ultimi due anni, e marchi come Armani, Tod’s, Ferragamo, Trussardi probabilmente saranno i primi ad uscire dal tunnel con il riaccendersi dei consumi, se è vero che il lusso è il primo a ripartire dopo le fasi acute di crisi. Ma per altri, e non sono pochi, è arrivato il redde rationem.
I casi più eclatanti sono quelli di Mariella Burani fashion group e di It holding. La prima a Reggio Emilia e la seconda a Isernia, entrambe quotate sulla Borsa milanese, hanno trovato il capolinea aziendale a distanza di pochi mesi. Molte le similitudini tra le due storie aziendali, e qualche differenza da rimarcare. Innanzitutto le acquisizioni di marchi e aziende: una girandola di operazioni in pochissimi anni che hanno portato sotto Mariella Burani griffe come Mandarina Duck, Braccialini, Baldinini, Coccinelle e licenze come Missoni, Aquascutum, La Perla, il tutto per un polo emiliano del lusso accessibile che è crollato poche settimane fa sotto il peso di debiti insostenibili (vicini ai 500 milioni di euro) dopo la dichiarazione di insolvenza delle holding a monte e la nomina dei commissari straordinari che dovranno gestire gli ultimi anni di vita. Per i Burani e i più stretti collaboratori è arrivata anche un’indagine per bancarotta fraudolenta che si somma, tra le altre, a quelle per frode fiscale e ostacolo alla vigilanza della Consob. It holding sembrava un miracolo di imprenditorialità del sud, in un’area che mai era balzata agli onori delle cronache economiche. Anche in questo caso forte crescita in pochi anni, culminata con l’acquisizione della maison Gianfranco Ferrè, che si aggiunge a brand del lusso come Malo, Extè e licenze come Just Cavalli e Gallia-no. Ma la redditività non ha tenuto il passo, i debiti si sono fatti insostenibili e nel febbraio 2009 è arrivata la Prodi bis a disarcionare da cavallo Tonino Perna, l’inventore del gruppo. Ora Ferrè e Malo sono in vendita e presto potrebbero arrivare novità. La smania delle acquisizioni, portate avanti spesso grazie ai debiti bancari, ha fatto traballare in passato anche un gruppo come Prada, che nell’ultimo bilancio denuncia un calo di fatturato del 5 per cento a 1,5 miliardi di euro e che torna a parlare, per la terza volta, di possibile quotazione in Borsa. Marchi come Jil Sander, di cui si è ora liberata, Church’s, una partecipazione Fendi, ceduta al gruppo Lvmh, avevano fatto lievitare i debiti oltre il miliardo di euro spaventando le banche, che hanno dovuto rinegoziare l’esposizione per evitare conseguenze nefaste. La lista purtroppo non finisce qui: Valentino fashion group, acquistata a prezzi “da collezionista” dal fondo di private equity inglese, ha dovuto rinegoziare i debiti con le banche quando era tecnicamente in default (la Citigroup è uscita dal pool di debitrici con una perdita di circa 500 milioni di euro) e fronteggia anche l’accusa di evasione fiscale per 400 milioni di euro; Versace ha dovuto chiamare un nuovo amministratore delegato – Gian Giacomo Ferraris - per raddrizzare le sorti dell’azienda, ma il primo atto concreto è stato il licenziamento di 350 dipendenti, un quarto del totale. E che dire di Gai Mattiolo, arrestato per bancarotta fraudolenta nel 2008, stessa sorte toccata a Matteo Cambi, inventore di Guru? Dalle stelle, alle celle.



